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La moneta in Monferrato tra Medioevo ed Età Moderna

La zecca di Maccagno Inferiore e le sue monete

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Eligivs - Prosopografia del personale di zecca

Bibliografia della numismatica italiana

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Il libro

La zecca di Maccagno Inferiore e le sue monete , Comune di Maccagno - Magazzeno Storico Verbanese - Libraio Alberti Editore, Intra 2003, 344 pagine illustrate, 8 tavole a colori f.t., copertina cartonata rigida, 21x30 cm

Premio "Solone Ambrosoli" 2004

Premio della Fondazione Banca Agricola Mantovana 2004

Indice generale (21 kB)

Indice analitico (51 kB)

Esempio di scheda (319 kB)

Una piccola zecca, un buon affare: certamente un buon affare per Giacomo III Mandelli il quale, appena ottenuto dall'imperatore Ferdinando II d'Asburgo nel 1622 il privilegio di battere moneta nel suo piccolo feudo sulle rive del Lago Maggiore, subito iniziò – ma forse aveva cominciato nel 1621 – a battere contraffazioni di monete di ogni genere: talleri del leone, ducati e ongari di Olanda, ducati di Coira, ducati tedeschi di varie zecche, e tante altre monete inclusi sesini milanesi. Di queste contraffazioni si trova traccia in gride stampate in Olanda già nel 1627 e nel 1630, per mettere in guardia il mercato monetario.

E pensare che il privilegio imperiale concesso nel 1622 disponeva chiaramente che si battesse moneta buona e sincera, non adulterata [...] bonam tamen sinceram et iustam, quae non sit adulterata [...] (già forse l'imperatore immaginava qualcosa?).

Il risultato dell'officina monetaria di Maccagno si vede poi meglio descritto in altri documenti, e non solo in Olanda o nello Stato di Milano; perfino a Bologna, nel 1638, si ordinava di non spendere o cambiare le doble d'oro adulterine di Maccagno.

Lo Stato di Milano subiva pressioni enormi dalle piccole zecche che contraffacevano monete di vario genere: le zecche dei signori di Bozzolo, Sabbioneta, Mirandola, Guastalla, Correggio, facevano compagnia a quella di Maccagno, e tutte sono elencate in una lettera del responsabile delle Regie Ducali Entrate dello Stato di Milano del 1636, riportato in questo libro nel ricco Apparato documentario. Il problema principale era per i milanesi il controllo dell'approvvigionamento dei metalli: la Zecca di Macagno [...] apportarebbe danno alla Zecca di S.M.tà, quando si servisse di oro, o d'argento di questo Stato, poichè così mancarebbe la materia di fabricare nella Zecca Regia, et l'utile, che ne ricava per la detta fabricazione [...].

Lo studio delle zecche, piccole e grandi, illumina tanti aspetti della storia: atti giuridici e storia della tecnologia, organizzazione del lavoro e delle imprese, movimento del personale e degli imprenditori, rapporti tra metalli e legge di Gresham, guadagni e perdite, guardie e ladri. Un personaggio brilla tra gli altri nella storia della zecca di Maccagno: Gusmino. In una relazione sugli ongari cattivi circolanti nello Stato di Milano si legge del processo a Gusmino, principale fabricatore di monete adulterate , il quale, dopo aver lavorato nelle zecche di Maccagno e Masserano, s'era ritirato alla zecca di Tassarolo. Una bella attività. Quindi, uno zecchiere sospetto poteva allontanarsi da un luogo altrettanto sospetto, continuando la sua attività, che del resto portava guadagni a nuovi signori ai quali poteva offrire la sua "specialità". Allora, come oggi, non era facile trovare degli specialisti!

Ma gli zecchieri contraffattori non si accontentavano di lavorare per nobili signori che avevano regolare diritto di zecca! Potevano anche mettersi in proprio, magari con l'aiuto di un curato, come risulta nel 1645 da un processo che coinvolgeva due zecchieri di Maccagno sorpresi a battere genovine d'argento false nel Castello della Vitaliana.

L'attività di contraffazione non riguardava soltanto monete di oro o di argento, ma anche monete di basso valore, che circolavano soprattutto tra la povera gente; una grida milanese del 1645 contro i sesini contraffatti parla di una grandissima quantità de sesini stampati nelle zecche di Mantova e Maccagno con il cuneo di questa di Milano [...] con tanta somiglianza, che difficilmente si possono discernere quelli da questi, e molto meno da persone idiote, e basse, a mani de quali capita la maggior quantità de simil moneta [...].

Sarebbe interessante sapere se veramente la "gente bassa" non fosse in grado di riconoscere la differenza: forse non aveva alternativa; poteva, per esempio, un mendicante rifiutare una elemosina in moneta contraffatta tanto abilmente? A parte questo quesito (quale era il grado di abilità della gente comune di riconoscere le monete?), che interessa tutti i numismatici e gli storici dell'economia, resta chiaro che un abuso tanto pernicioso era difficile da sradicare. La zecca di Maccagno continuò a lavorare fino al 1668, anche se altri sovrani più tardi continuarono a confermare lo stesso privilegio di zecca. La maggior parte delle monete oggi note appartiene al conte Giacomo III Mandelli, che fece aprire la zecca.

La decadenza viene descritta, di certo con qualche esagerazione, dalle parole in una supplica di Giovanni Battista Mandelli e degli abitanti di Maccagno per non pagare le imposte: [...] cessando il mercato e la zecca, cessò anche nel medesimo tempo il traffico, unico sostegno dell'abitanti di quella terra [...].

Questo libro è un grande tributo ad una piccola terra dalla storia antica e molto di più. Una piccola zecca, un grande lavoro: certamente un lavoro accurato e appassionato quello di Luca Gianazza, che ha raccolto tutta la documentazione esistente sul feudo di Maccagno Inferiore e la sua zecca, ha ricercato in musei e collezioni e cataloghi di vendite all'asta tutte le monete di Maccagno. Non solo: lo studio dei conii, vale a dire l'indagine su tutte le monete schedate, per riconoscere i conii che le produssero, ha permesso all'Autore di presentare un quadro veramente inedito del funzionamento della zecca, riconoscendo monete prodotte da un medesimo conio.

Il lavoro sulle fonti archivistiche non è da meno, dimostrando la tenacia e la passione del ricercatore vero.

La piccola zecca viene disegnata anche nella sua realtà fisica, a cominciare dalla planimetria settecentesca della Casa detta La Zecca, che ci mostra anche il percorso dell'acqua in alteza per servicio della Cecha , fino all'inventario degli attrezzi della zecca consegnati ai nuovi monetieri nel 1632: mantici, ferri, torchi, fornelli, tenaglie, martelli, bilance, tavoli e banchi.

Il contratto di locazione della zecca del 1623 lascia filtrare altre notizie di diversa natura. Lo zecchiere non può avere personale che non sia cattolico. Lo zecchiere e i suoi operai godono dei privilegi di portare armi, anche proibite, sia di giorno che di notte (e ciò deriva da antichi privilegi dei monetieri del Sacro Romano Impero e non solo). Lo zecchiere dovrà porre su tutte le monete il nome e le armi del conte e della contessa sua moglie, intere o spezzate, come meglio riterrà per vaghezza di dette monete. La vaghezza , bellezza, delle monete era dunque prevista nel contratto: ma erano belle queste monete? Tutte le contraffazioni di pezzi stranieri non dicono molto del conte e della contessa, ma semmai ci fanno indovinare i profitti derivati da quell'attività non proprio trasparente. Alcuni ritratti del conte però sono di bella fattura, specialmente quelli sui ducatoni, accompagnati dallo stemma e dai suoi titoli per esteso: ma queste erano monete di ostentazione; ne guadagnava l'immagine del conte, non le sue finanze!

Non era facile trovare un bravo zecchiere, e non è facile trovare un bravo studioso di zecche. Luca Gianazza ha dimostrato con la sua tenacia quanta storia, e quante storie, dal lago Maggiore a Bologna fino all'Olanda, possa nascondere una piccola zecca.

Lucia Travaini
Università degli Studi di Milano

(brano tratto dalla presentazione del volume)